Nel calcio, come nella vita, i sentimenti possono rappresentare una “trappola meravigliosa”. Tuttavia, mentre nella sfera privata la memoria affettiva è una qualità preziosa, sul terreno di gioco, con le sue dinamiche, tale sentimento rischia di trasformarsi in un clamoroso autogol.
A Napoli, la storia recente e passata dimostra l’esistenza di due tipi di riconoscenza: una è nobile e proficua, l’altra non porta benefici e genera problematiche. La capacità di discernere questa sottile distinzione è ciò che differenzia una società con una visione proiettata al futuro da una ancorata al proprio passato. La prima forma di riconoscenza è quella etica, doverosa e persino vantaggiosa. Si tratta del riconoscimento per l’impegno profuso e per i traguardi raggiunti, un tributo a chi ha dato tutto per la maglia, a chi ha contribuito a scrivere pagine significative per il club e a chi ha portato prestigio internazionale alla città. Questa riconoscenza rafforza l’ambiente, promuove il senso di appartenenza e sottolinea che il Napoli non è soltanto un’entità commerciale, ma una famiglia che valorizza i suoi membri più rappresentativi.
Esiste poi la seconda forma di riconoscenza, quella che confonde il passato con il presente. Questo errore si manifesta quando si continua a schierare giocatori che, per ragioni anagrafiche o per l’usura fisica, non sono più in grado di garantire prestazioni di alto livello. Non si tratta necessariamente di cederli, ma di assegnare loro il ruolo appropriato. Osservare una figura storica del club faticare in campo, appesantita dagli anni e dall’intensità del calcio contemporaneo, rappresenta un danno d’immagine. Esporre un idolo a critiche severe rischia di compromettere il ricordo di ciò che meriterebbe di rimanere intatto. Un esempio storico si ritrova nelle due nazionali italiane che vinsero i Mondiali nel 1982 e nel 2006: quattro anni dopo, il richiamo di quasi gli stessi giocatori, inevitabilmente invecchiati, non produsse risultati positivi.
Il paradosso di questa ostinazione è che danneggia anche lo spogliatoio stesso. La permanenza in squadra