La sconfitta per 2-0 contro la Juventus ha sancito la fine delle speranze di successo per un Napoli che si presenta irriconoscibile. Il quarto posto, valido per la qualificazione alla prossima Champions League, dista ora 9 lunghezze, una distanza che rende l’obiettivo un’utopia.
Le altre squadre procedono spedite: la Lazio è in testa alla classifica, mentre Inter, Roma e persino il Como mostrano una struttura più solida. Anche il Milan è in netta ripresa. Di fronte a questo scenario desolante, sorge spontanea la domanda su cosa si possa fare per porre fine a questa agonia. Al di là delle dichiarazioni di circostanza e della fiducia ostentata da una minoranza di ottimisti, è necessario un’analisi pragmatica e lungimirante per evitare ulteriori scivoloni.
A Massimiliano Allegri non resta che una sola possibilità: puntare tutto sulla Coppa Italia come unico obiettivo stagionale per raggiungere l’Europa League e scongiurare un fallimento completo, sia economico che sportivo. Tuttavia, limitare la disamina alla sola classifica sarebbe superficiale. Questo inizio di stagione negativo, con soli 14 punti in 10 giornate e già 4 sconfitte (che diventano 6 in 13 partite considerando anche la Champions League), affonda le sue radici in profonde responsabilità della guida tecnica e in scelte societarie discutibili. La gestione di Allegri è oggetto di critiche severe.
La squadra manifesta un atteggiamento passivo, privo di continuità e, soprattutto, senza una chiara identità tattica. È sorprendente vedere un allenatore come Max, tradizionalmente associato al pragmatismo e alla solidità difensiva, guidare un collettivo che subisce gol con tale vulnerabilità. Le responsabilità, però, partono dall’alto: la decisione del club di affidarsi a un tecnico con idee divergenti rispetto alla storia recente della squadra, unita a una pianificazione estiva ritenuta insoddisfacente, sta presentando un conto molto salato. De Laurentiis, che ora cerca spiegazioni, si trova nella stessa situazione di un allenatore che viaggia a medie da retrocessione, avendo raccolto solo 24 punti nelle ultime 20 panchine in Serie A tra la sua precedente esperienza al Milan e questa attuale.
Sul piano del gioco, la squadra appare spenta a causa della mancanza di elementi chiave. In un organico duramente colpito da un’infinita emergenza infortuni, pesa soprattutto il rendimento dei giocatori fondamentali ancora in salute, che appaiono lontani dai livelli ammirati in passato. Le geometrie a centrocampo sono lente, la manovra è prevedibile e i leader dello spogliatoio non stanno emergendo nei momenti cruciali, lasciando il collettivo in uno stato di anarchia tattica, con i singoli che si muovono sul campo senza una chiara idea di sviluppo offensivo.